AUDIOPROTESI

Perché impianto cocleare e protesi acustica non parlano la stessa lingua?
PROTESI ACUSTICHE BIMODALE IMPIANTO COCLEARE

Le sfide e le opportunità dell'ascolto bimodale

Introduzione

"Dottore, ora che ho l'impianto cocleare, devo continuare a usare anche la protesi acustica?". Per molti pazienti la risposta sembra quasi ovvia: se l'impianto rappresenta il trattamento più avanzato per il recupero dell'udito, la protesi acustica dovrebbe aver esaurito il proprio compito. Eppure, nella pratica clinica, la risposta è spesso diversa. Quando nell'orecchio controlaterale è presente un residuo uditivo sfruttabile, continuare a utilizzare una protesi acustica può offrire benefici significativi. Negli ultimi anni numerosi studi hanno dimostrato come questa strategia possa migliorare la comprensione del parlato, favorire la localizzazione delle sorgenti sonore e restituire una percezione più naturale della voce e dell'ambiente acustico.

Lo stesso obiettivo, due modalità completamente diverse

A prima vista impianto cocleare e protesi  sembrano svolgere la stessa funzione. In realtà, il modo in cui raggiungono questo obiettivo è profondamente diverso. La protesi acustica amplifica il segnale sonoro sfruttando il residuo uditivo ancora presente. L'informazione sonora continua quindi a seguire, almeno in parte, il percorso fisiologico dell'udito. Nell’impianto cocleare, invece, il suono viene trasformato in una sequenza di impulsi elettrici che stimolano direttamente le fibre del nervo acustico attraverso una serie di elettrodi inseriti nella coclea. Il risultato è che il cervello riceve due rappresentazioni differenti dello stesso evento sonoro(figura 1). Le principali differenze riguardano tre aspetti fondamentali dell'elaborazione sonora:

  • la percezione dell'intensità (loudness);
  • la rappresentazione delle frequenze;
  • il tempo con cui il segnale viene elaborato.

Sono tre concetti apparentemente indipendenti, ma strettamente collegati tra loro. È un po' come ricevere la stessa notizia scritta in due lingue differenti: il contenuto è il medesimo. Attraverso i meccanismi di plasticità neurale il nostro cervello riesce progressivamente a integrare le informazioni provenienti dai due lati, costruendo una rappresentazione unica dell'ambiente sonoro.

FIG 1. Nell'ascolto bimodale il cervello integra due modalità di stimolazione differenti elettrica e acustica cercando di compensare le discrepanze di loudness, frequenza e timing per ottenere una percezione sonora coerente.

La prima sfida: parlare con la stessa intensità

La percezione dell'intensità sonora, non dipende semplicemente dai decibel che raggiungono l'orecchio, ma dal modo in cui il sistema uditivo interpreta quel segnale. Nel paziente bimodale questo processo diventa particolarmente complesso. La protesi acustica utilizza sistemi di amplificazione e compressione per adattare il segnale al ridotto campo dinamico dell'udito residuo. L'impianto cocleare, invece, codifica l'intensità attraverso la modulazione della stimolazione elettrica all'interno del proprio intervallo dinamico.  Quando questa discrepanza è marcata, il cervello tende naturalmente ad affidarsi al lato predominante, riducendo il contributo dell'altro dispositivo. Diventa fondamentale ricercare anche un corretto bilanciamento della loudness, affinché entrambe le modalità di stimolazione contribuiscano in maniera armonica all'esperienza di ascolto.

La seconda sfida: quando le frequenze non coincidono

Se la percezione dell'intensità rappresenta uno dei primi ostacoli all'integrazione tra impianto cocleare e protesi acustica, la rappresentazione delle frequenze costituisce probabilmente la sfida più complessa. Nell'orecchio fisiologico esiste una precisa organizzazione tonotopica: ogni regione della coclea è deputata alla percezione di uno specifico intervallo di frequenze. La protesi acustica, pur con i limiti imposti dal danno uditivo, continua a sfruttare questa organizzazione naturale, amplificando selettivamente il segnale acustico. L'impianto cocleare segue invece una logica differente. Il suono viene analizzato, suddiviso in bande di frequenza e successiva mente convertito in impulsi elettrici distribuiti su un numero limitato di elettrodi. Sebbene le moderne strategie di codifica abbiano raggiunto livelli di straordinaria efficacia, la corrispondenza tra frequenza acustica e sito di stimolazione non è mai perfetta. È proprio da questa differenza che nasce il cosiddetto frequency mismatch, ovvero il disallineamento tra la frequenza del suono e la posizione cocleare effettivamente stimolata. Questo fenomeno non deve essere interpretato come un errore tecnologico, ma come una conseguenza inevitabile della diversa natura delle due modalità di stimolazione. La protesi acustica tende infatti a preservare soprattutto le informazioni a bassa frequenza, l'impianto cocleare, invece, fornisce un contributo determinante nella trasmissione delle frequenze medio-alte. La sfida del fitting moderno non consiste nel rendere identica la risposta dei due lati, ma nel valorizzarne la complementarità, evitando sovrapposizioni inutili e riducendo il più possibile le discrepanze percettive.

La terza sfida: il tempo

Esiste infine una differenza meno evidente, ma estremamente importante: quella temporale. Ogni dispositivo necessita di elaborare il segnale prima di restituirlo al paziente e questo processo richiede tempi diversi. Le differenze sono dell'ordine di pochi millisecondi, apparentemente trascurabili, ma il sistema uditivo utilizza proprio queste informazioni temporali per localizzare una sorgente sonora, separare il parlato dal rumore e costruire una rappresentazione tridimensionale dell'ambiente acustico. Quando protesi acustica e impianto cocleare elaborano il suono con latenze differenti, il cervello è chiamato a un ulteriore lavoro di integrazione.

Il fitting: da regolazione del dispositivo a integrazione del sistema

Per molti anni il fitting di impianti cocleari e protesi acustiche è stato affrontato come due percorsi distinti. Oggi questa visione appare sempre più limitante. L'obiettivo non dovrebbe essere ottenere il massimo rendimento del singolo dispositivo, ma ottimizzare il funzionamento dell'intero sistema bimodale. Questo significa ricercare un equilibrio percettivo tra le due orecchie, armonizzare la distribuzione delle frequenze, limitare gli effetti delle differenze temporali e favorire la naturale integrazione da parte del cervello. Il fitting assume quindi un ruolo che va ben oltre la semplice regolazione dei parametri tecnici. Diventa un processo di personalizzazione, nel quale audiologo, audioprotesista e paziente collaborano per costruire un ascolto sempre più naturale.

Uno sguardo al futuro

Negli ultimi anni la ricerca sull'ascolto bimodale ha cambiato prospettiva. Le nuove generazioni di sistemi uditivi stanno introducendo strategie di elaborazione sempre più coordinate, con l'obiettivo di ridurre le discrepanze di loudness, frequenza e latenza che ancora caratterizzano la stimolazione bimodale. Probabilmente la vera sfida dei prossimi anni non sarà dimostrare che l'ascolto bimodale funziona ma sarà  fare in modo che queste due tecnologie, nate da principi profondamente diversi, riescano a comunicare come un unico sistema.

 

 

Davide Cocozza

 

 

Riferimenti bibliografici 

  • Casarella A, Notaro A, Laria C, et al. State-of-the-art on the impact of bimodal acoustic stimulation on speech perception in noise in adults: a systematic review. Audiol Res. 2024;14(5):914-927. doi:10.3390/audiolres14050077.
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  • Vroegop JL, Goedegebure A, van der Schroeff MP. How to optimally fit a hearing aid for bimodal cochlear implant users: a systematic review. Ear Hear. 2018;39(6):1039-1045. doi:10.1097/AUD.0000000000000577.



21 Agosto 2026


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