Covid-19: come e quando usciremo dall’emergenza

Pronto il protocollo per passare dall'emergenza alla fase 2. Intervista a Carlo Centemeri, Fondazione Medica Giovanni Lorenzini.

Covid 19 exit fase 2

Siamo ancora nel pieno dell’emergenza Covid-19, ma si inizia a ragionare su quando questa fase finirà e soprattutto in che modo riusciremo a venirne fuori.

Ne abbiamo parlato con Carlo Centemeri, PhD, professore associato all’Università di Roma, Milano e Padova, nonché Strategy & Development Senior Managing Partner della Fondazione Medica Giovanni Lorenzini.

La situazione di emergenza sta mettendo a dura prova non soltanto i cittadini, i medici e i sanitari, ma anche le istituzioni politiche. Quali sono a oggi le previsioni di uscita dalla fase emergenziale?

L’ipotesi è, al momento, il 3 maggio. Anche perché, e questa è la prima buona notizia, un protocollo per il “post emergenza” c’è. E riguarda sia gli aspetti sanitari e scientifici, sia quelli che coinvolgono le parti sociali, quindi aziende e sindacati.

Attenzione però, siamo di fronte a un fenomeno nuovo. Il 3 maggio è stato indicato come data, a oggi, plausibile. Ma la diffusione dell’infezione è salita rapidamente nella prima fase, ora la curva scende molto lentamente, quindi è complicato fare previsioni certe.

Se tutto dovesse andare bene, in che modo si esce?

L’idea è quella di partire con un primo screening a campione. In pratica occorre individuare un campione rappresentativo della popolazione italiana, e questo lo si farà assieme a Istat. Si esegue quindi il test sierologico su questi cittadini, presumibilmente intorno ai 150.000. E si valuteranno le relative quote di tre categorie di soggetti. Coloro che hanno contratto il coronavirus e quindi sono immunizzati, i soggetti che non sono mai entrati in contatto con l’agente patogeno e quindi non hanno anticorpi. Infine, coloro che hanno l’infezione in corso. In pratica si farà è un primo screening del “bagaglio” immunitario attraverso un test sierologico. Se i risultati di questo screening saranno positivi, potremo far tornare al lavoro milioni di persone. Coloro che lavorano in aziende manifatturiere non possono certamente lavorare in modalità di telelavoro. Ovviamente devono essere garantiti i più elevati standard di sicurezza degli ambienti di lavoro.

Il bando di gara per i kit diagnostici.

Da chi è stato realizzato questo protocollo?

È stato redatto dal Comitato Tecnico Scientifico della Protezione Civile, poi è stato sottoposto alla valutazione del Ministro della Salute, Roberto Speranza, e di tutto il Consiglio dei ministri. Restano ancora da chiarire alcuni aspetti riguardo alla privacy, che dovrebbero essere definiti nei prossimi giorni. Perché stiamo parlando di dati sanitari, quindi sensibili, nei confronti dei quali occorre muoversi con tutte le cautele del caso.

Come e dove verranno eseguiti gli esami sierologici di questi screening?

Al momento l’ipotesi è che i cittadini “estratti” da Istat, siano chiamati ed invitati a sottoporsi ad un rapido esame sierologico. Se questo screening su un campione rappresentativo della popolazione ci dà risultati incoraggianti, possiamo entrare nella vera e propria fase due.

Dopodiché?

La fase successiva prevede che tutti i lavoratori dipendenti, secondo un protocollo preciso, si presentino presso i loro datori di lavoro per sottoporsi al test sierologico, sarà naturalmente un medico a eseguirlo. E prima deve essere fatta una sanificazione di tutti gli ambienti di lavoro. Confindustria e Confapi hanno già manifestato la loro disponibilità ad acquistare i kit necessari. A questo punto coloro che hanno contratto il virus e non sono più contagiosi (immunizzati) possono tornare a lavorare, così come coloro che non lo hanno mai contratto. Questo perché in un ambiente sanificato e a contatto con persone che non sono più contagiose, non corrono alcun pericolo. Il problema della sanificazione costante degli ambienti dovrà peraltro essere affrontato da tutte le realtà, compresi gli esercizi pubblici, i mezzi di trasporto, che prevedono la presenza di persone.

Ma una persona può essere stata contagiata da pochi giorni quando esegue il test sierologico, che a questo punto sarebbe negativo…

Certamente, e per aggirare questo problema deve essere eseguito un secondo test sierologico a distanza di almeno 10 giorni. L’alternativa sarebbe eseguire, assieme al primo test sierologico, il tampone orofaringeo. In questo caso ci vorrebbero 2-3 giorni per avere l’esito, mentre il test sierologico fornisce il risultato nel giro di massimo 15 minuti. Questo consentirà di rimettere in moto l’economia del Paese. Alcuni esperimenti sono già partiti, per esempio la Regione Veneto ha già iniziato a fare lo screening anticorpale con l’obiettivo di far ripartire il sistema produttivo.

Qual è la sua opinione sulla risposta che il Servizio sanitario nazionale ha messo in campo per fronteggiare l’outbreak di Covid-19?

Gli operatori sanitari si sono comportati in modo egregio, direi eroico: medici, farmacisti, infermieri, tecnici di laboratorio e tutte le altre figure del nostro Sistema sanitario nazionale sono stati, e lo sono tutt’ora, encomiabili da questo punto di vista. Nelle corsie ci sono moltissimi specialisti, non solo intensivologi, che si sono adoperati per gestire l’emergenza anche se non era la loro specialità.

La risposta da parte delle autorità sanitarie (Regioni e ASL) è stata molto diversificata. A macchia di leopardo, direi. In molti ospedali sono state adottate misure di prevenzione e di cura eccellenti fin da subito, in altri meno. Allo stesso modo il coordinamento degli ospedali con il territorio non è stato omogeneo sul territorio nazionale. In alcuni casi sono stati attivati sistemi hub and spoke molto efficaci, soprattutto con i medici di famiglia. In altri non è stato fatto nulla per contenere l’arrivo dei cittadini in ospedale. A livello centrale invece, l’errore più significativo è stato il ritardo nella fornitura di sistemi di protezione  e nel fornire indicazioni e procedure chiare.

Qual è invece la stima delle conseguenze sul piano economico?

Se il sistema Paese non riparte entro maggio si rischia il default. Questo deve essere chiaro a tutti. E le conseguenze sarebbero drammatiche: mancherebbero per esempio i soldi per pagare gli stipendi agli operatori sanitari e alle forze di polizia, e possiamo solo immaginare cosa possa succedere.

Le aziende non fatturano, non c’è gettito fiscale, il deficit si amplia sempre di più. Questo al netto dei possibili aiuti che possono arrivare dalla Ue: se non siamo nelle condizioni di produrre è difficile pensare che possano bastare i prestiti europei, sotto qualunque forma possano arrivare.

Per questo ritengo importante questo protocollo perché ci consente di intraprendere in tempi rapidi un’uscita dalla fase acuta dell’emergenza per intraprendere, seppur gradualmente, la strada verso la normalità.

Redazione
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