Bernardino Betti, detto Pinturicchio

Bernardino Betti, detto Pinturicchio, fu considerato uno dei maggiori artisti umbri del secondo Quattrocento, accanto a Perugino e Raffaello. In questo articolo ripercorriamo le principali tappe della vita e carriera artistica dell'artista sordo dalla piccola statura.

Pinturicchio
Autoritratto

Il pittore Bernardino di Betto Betti, nato a Perugia probabilmente intorno al 1452, è universalmente noto come Pinturicchio (“piccolo pintor”, cioè “pittore”), probabilmente a causa della sua corporatura minuta ed egli stesso, in alcuni casi, utilizzò questo soprannome per firmare le sue opere. Fu uno dei maggiori artisti umbri del secondo Quattrocento, accanto a Pietro Perugino e al giovane Raffaello, realizzando opere sia ad affresco sia su tavola. Si affermò inoltre come raffinato miniatore.

Secondo Giorgio Vasari, che gli dedicò una biografia nella seconda edizione delle sue Vite (1568), nel 1481 Pinturicchio si iscrisse all’Arte dei pittori di Perugia, segno che all’epoca doveva essere già un artista completamente formato; infatti poco dopo, tra 1481 e 1482, lavorò insieme al Perugino a Roma ad uno dei più importanti cantieri decorativi del tempo, quello della Cappella Sistina.

Cappella Bufalini, S. Maria in Aracoeli – La gloria di San Berdardino

Vanno invece datati al 1486 circa gli affreschi raffiguranti le Storie di san Bernardino eseguiti dal maestro in Santa Maria in Ara Coeli per la committenza dei Bufalini (per la stessa famiglia umbra aveva già realizzato intorno al 1480 la Madonna oggi conservata presso la Pinacoteca comunale di Città di Castello).

L’artista continuò tuttavia ad essere attivo anche nella sua città natale, come testimoniato dai pagamenti dello stesso anno conservatisi, relativi alla lunetta raffigurante la Vergine sopra la porta della sala del Consiglio nel palazzo dei priori di Perugia (luglio – agosto 1486).

Nel 1487 troviamo il Betti nuovamente in Vaticano, impegnato a realizzare la decorazione ad affresco del palazzetto di Innocenzo VIII al Belvedere; secondo il Vasari qui egli dipinse un loggiato illusionistico aperto su vedute di paesaggio «e vi ritrasse Roma, Milano, Genova, Firenze, Venezia e Napoli alla maniera dè fiamminghi, che come cosa insino allora non più usata, piacquero assai». Questi affreschi furono occultati da un intervento operato sotto il pontificato di Pio VI, nascosti da una tinta uniforme di finto rosso pompeiano, per essere riscoperti soltanto negli anni Quaranta del Novecento. I frammenti superstiti purtroppo non consentono una lettura organica del testo figurativo, ma i paesaggi naturalistici e le porzioni di cielo conservatesi assieme alle immagini delle lunette in cui, sulla cornice architettonica, sono rappresentati sul fondo azzurro del cielo coppie di putti viste dal sotto in su, testimoniano la volontà originaria del Pinturicchio di creare un ambiente che, integrando architettura reale e decorazione pittorica, suggerisse l’impressione di trovarsi in un padiglione aperto su tutti i lati verso la campagna. Una descrizione settecentesca stilata prima della ridipintura a rosso pompeiano ricorda inoltre che a rafforzare questa soluzione illusionistica il pittore aveva eseguito, alla base della parete dipinta e sotto le vedute paesaggistiche, un parapetto fittizio che probabilmente riprendeva le forme del parapetto reale delimitante il terrazzo a nord della loggia.

Cappella della Rovere – Madonna in trono

Sono invece databili attorno al 1490 gli affreschi eseguiti da Pinturicchio e dai suoi collaboratori in tre cappelle della chiesa di S. Maria del Popolo: la cappella Della Rovere ornata con Scene della vita di san Gerolamo e la Natività, la cappella Cybo della cui decorazione rimane unicamente un frammento con Madonna e angeli attualmente nel duomo di Massa e una terza cappella con Scene della vita di Maria, da attribuirsi soprattutto alla collaborazione del bolognese Jacopo Ripanda.

Nel 1492 divenne papa Alessandro VI, che espresse chiara predilezione per l’artista umbro, impiegandolo prima nella decorazione del suo appartamento in Vaticano e, in seguito, a Castel Sant’Angelo.

Per soddisfare papa Borgia il maestro dovette sospendere temporaneamente la decorazione del coro del Duomo di Orvieto, ripresa solo nel 1496.

È del 1495 invece la stipula del contratto con i religiosi del convento di Santa Maria degli Angeli di Perugia per il Polittico di Santa Maria de’ Fossi (attualmente conservato nella Pinacoteca cittadina – particolare qui a fianco).

Madonna in trono

Tra 1500 e 1501 Bernardino Betti realizza e firma gli affreschi nella collegiata di Santa Maria Maggiore a Spello, commissionatigli dal vescovo di Perugia Troilo Baglioni e raffiguranti l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e Gesù fra i dottori sulle pareti e le quattro Sibille nelle vele della volta. La scena dell’Annunciazione, inserita in una fastosa architettura illusionistica formata da un’infilata di arconi a tutto sesto, presenta sulla destra uno dei più celebri brani di pittura del Pinturicchio, ovvero il suo Autoritratto (vedi sopra) appeso sotto a una mensola in trompe l’oeil tra due lesene decorate da sontuose grottesche a candelabre.

Tra 1505 e 1507 si colloca probabilmente l’opera più nota dell’artista, la decorazione ad affresco della Libreria Piccolomini nel Duomo di Siena. Nella stessa chiesa il Betti realizzò, su richiesta del rettore dell’Opera Alberto Aringhieri, le Storie di san Giovanni Battista per l’omonima cappella e un cartone preparatorio con l’Allegoria della Fortuna (o Allegoria del monte della Sapienza).

Storie di san Giovanni Battista

Fedele alla sua fama di artista “papale”, Pinturicchio lavorò anche per Giulio II, che gli commissionò la decorazione della volta del presbiterio di Santa Maria del Popolo, dove il pittore affrescò l’Incoronazione di Maria, gli Evangelisti, le Sibille e i Padri della Chiesa.

Tra le ultime opere importanti del pittore umbro va ricordata l’Assunta adorata da san Gregorio Magno e da san Bernardo abate, terminata nel 1512 e oggi conservata nel Museo di San Gimignano.

Ma com’era l’artista? Forse un uomo poco felice perché amareggiato da una moglie, Grania, che lo tradiva. Era piccolo, “de poco aspetto e apparenza” e sordo, visto l’altro soprannome di Sordicchio con cui è noto. Il Vasari, poco clemente nella sua biografia di Pinturicchio, riporta una diceria sul carattere avido e bizzarro del pittore, secondo la quale, alloggiato presso i frati di San Francesco a Siena, chiese con ostinazione di rimuovere dalla sua cella una vecchia cassapanca che durante il trasloco si ruppe, svelando un tesoro di cinquecento ducati d’oro, che spettò dunque ai frati riempiendo il pittore di un tale stizzoso rammarico da condurlo alla morte. L’episodio, anche se non confermato dalla storia, è una testimonianza dell’amarezza degli ultimi anni della sua vita: ricco ma in solitudine, abbandonato dalla moglie fedifraga, che lo tradiva notoriamente con Girolamo di Polo e dimenticato dai cinque figli. Il 7 maggio 1513, debilitato dalla malattia, dettò testamento, modificandolo nell’ottobre in favore della moglie che, nel frattempo, aveva dato in sposa la figlia Clelia al suo amante. Negli ultimi giorni di vita la moglie permetteva solo a poche persone di avvicinarsi al marito sofferente, come ricorda il suo biografo Sigismondo Tizio, rettore della parrocchia dei Santi Vincenzo e Anastasio in cui Pinturicchio abitava. In quella stessa chiesa, l’11 dicembre 1513, fu sepolto senza onori e memorie.

Le fortune di Pinturicchio furono alterne, talvolta molto amato, altre molto criticato. Definito “egregio maestro dai grandi meriti di pubblica utilità” a Siena, tanto che gli Ufficiali di Balia accolsero la sua richiesta di esenzione trentennale, per meriti artistici, dal pagamento di dazi e tasse. In contrapposizione, nonostante fosse amato tra i potenti del suo tempo, la letteratura artistica lo lasciò a lungo in ombra, a cominciare da Vasari, che nelle Vite lo descrisse in chiave quasi esclusivamente negativa: nell’edizione del 1550 accennò a una sua “dappocaggine“, mentre in quella del 1568 ne attribuì la notorietà più ai capricci della fortuna che al merito.

Solo gli studiosi del XIX e dell’inizio del XX secolo ne rivalutarono la figura, proprio quando i suoi dipinti entravano nel circolo del collezionismo internazionale, finendo nei grandi musei e nelle collezioni d’Europa e America.

Reference

  • Pintoricchio. Pietro Scarpellini – Maria Rita Silvestrelli. Federico Motta Editore, 2004
  • Pintoricchio. Cristina Acidini, Edizioni Scala, 1999
  • Pintoricchio. Claudia La Malfa. Giunti Editore, 2008
  • Pintoricchio. Vittoria Garibaldi – Francesco Federico Mancini. Silvana Editoriale, 2007
  • Pintoricchio. Un mondo in miniatura. Fabiana Giulietti – Emanuela Pantalla.  Edizioni Corsare, 2008

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