Nessuna prova che il training musicale aiuti gli ipoacusici a sentire meglio

Una revisione recentemente pubblicata su Trends in Hearing afferma che non vi sono evidenze scientifiche che il training musicale abbia un effetto causale sulla comprensione o l’elaborazione del discorso in persone con deficit uditivi.

Molte ricerche hanno dimostrato che i musicisti hanno abilità uditive superiori ai non musicisti: un orecchio allenato all’ascolto della musica, infatti, aiuta a distinguere meglio i suoni e le parole anche negli ambienti rumorosi.

Partendo da questo dato, diversi gruppi di ricercatori hanno lavorato sull’ipotesi che l’addestramento musicale possa aiutare a superare le limitazioni nella comprensione del parlato negli adulti e nei bambini con deficit uditivi, attraverso la plasticità indotta nelle reti centrali del linguaggio.

Questa ipotesi è basata sul presupposto che le abilità uditive dei musicisti sono superiori a quelle dei non musicisti in virtù della formazione musicale e non per abilità innate che portano a ottenere più successi nel campo musicale.

I risultati di questi studi hanno creato molte aspettative, alimentate spesso acriticamente, a proposito degli effetti benefici del training musicale sulle abilità cognitive in generale, e in particolare sul miglioramento della percezione del linguaggio.

In realtà, al momento non vi sono evidenze scientifiche in grado di supportare l’ipotesi che il training musicale abbia un effetto causale significativo sulla comprensione o l’elaborazione del discorso in persone con deficit uditivi. È la conclusione cui è arrivata una revisione sistematica pubblicata a inizio 2021, sulla rivista Trends in Hearing, curata da Colette M. McKay, una ricercatrice australiana dell’università di Melbourne, che ha esaminato i risultati di 13 studi longitudinali, che hanno incluso portatori di impianti cocleari o di apparecchi acustici (adulti e bambini).

I 13 articoli sono stati valutati per la qualità del disegno di ricerca e per le tecniche di analisi utilizzate. Soltanto 4 usavano un disegno di ricerca che permetteva di verificare la sussistenza o meno di una relazione causale tra il training musicale e benefici sulla percezione del parlato, e in nessuno di questi si è ottenuta questa prova.

Ciò nonostante, ben 10 articoli su 13 hanno concluso affermando la validità del nesso causale, mostrando una propensione al bias di conferma in questo settore della ricerca.

In altri termini la revisione non ha trovato alcuna prova a sostegno. Ciò può essere dovuto  all’irrilevanza statistica degli studi esaminati, ma anche al fatto che la formazione musicale effettivamente non comporti benefici clinicamente rilevanti nella percezione del parlato per chi ha deficit uditivi.

Evidentemente esistono alcune difficoltà nel portare avanti ricerche di alta qualità focalizzate su questo tema, probabilmente per i pregiudizi dei partecipanti e degli stessi ricercatori, fondati sul luogo comune che la musica giovi genericamente alle attività cognitive, che falsano i risultati e portano a dare interpretazioni errate dei risultati empirici.

Altro scoglio è ottenere gruppi di test e gruppi di controllo equivalenti sui fattori rilevanti e una randomizzazione efficace.

Per dimostrare in modo convincente che il training musicale possa provocare benefici in domini cognitivi non musicali, come la percezione o lo sviluppo del linguaggio, e distinguere tra gli effetti neuroplastici del training e le doti innate, occorrono un disegno di ricerca accurato e tecniche di analisi appropriate.

Questa conclusione non nega gli evidenti benefici sociali, culturali e ricreativi dell’educazione musicale, in particolare per chi ha problemi di udito. Anche senza evocare un presunto beneficio accademico o del linguaggio, resta importante incoraggiare tutti i giovani con problemi di udito ad approcciare l’educazione musicale e a fare musica.