Studi preprint: a chi giovano?

Perché sempre più ricercatori pubblicano i propri lavori come preprint? Ha senso in un periodo di emergenza come quello attuale bypassare la peer review?

articoli scientifici pre stampa

Quando si sottopone un lavoro scientifico a una rivista peer-reviewed possono passare settimane, mesi o addirittura anni prima di vederlo pubblicato.

Questo succede perché gli editori e i revisori hanno bisogno di tempo per valutare i manoscritti e mandare le richieste di correzione. E a quel punto ci vuole altro tempo (e altro lavoro) da parte degli autori per correggere e rispondere alle osservazioni.

Inoltre, soprattutto per riviste più prestigiose che di solito hanno molti articoli in “attesa di pubblicazione”, dopo l’accettazione vi può essere un altro periodo di attesa per l’inserimento in un volume.

Ci vuole tempo (e pazienza) per condividere la propria ricerca con la comunità scientifica e per raccoglierne i frutti in termini di visibilità e citazioni, un’attesa che a volte rende frustrante il lavoro degli autori. Non è un caso che negli ultimi anni sempre più autori si affidano a prestampe (i cosiddetti preprint).

Jeffrey Brainard ha recentemente pubblicato su Science, considerata una delle più prestigiose riviste in ambito scientifico, un interessante editoriale riguardo l’attuale diffusione delle prestampe e il loro peso in ambito scientifico[1].

Pro e contro della prestampa

Nell’editoria accademica, una prestampa (preprint) è una bozza completa di un articolo scientifico resa disponibile gratuitamente online prima della revisione formale e della pubblicazione in una rivista peer-reviewed.

La condivisione delle prestampe risale almeno agli anni ’60, quando il National Institutes of Health per primo fece circolare copie cartacee di prestampe di studi biologici.

Dal 1991 la diffusione dei risultati tramite internet ha dato origine alla creazione di enormi database di prestampe come arXiv e bioRXiv[2] e nel 2017 Crossref e Center for Open Science hanno annunciato che lanceranno altri sei nuovi archivi di prestampe[3].

I maggiori vantaggi di una prestampa, che può essere considerata letteratura grigia, rientrano in 3 aree:

  1. Credito: una volta pubblicata una prestampa con gli esiti di una ricerca, qualora in futuro insorgessero discussioni su chi ha conseguito prima un particolare risultato, si può indicare la prestampa come un record pubblico e conclusivo dei propri dati;
  2. Feedback: la distribuzione immediata delle prestampe consente agli autori di ricevere un feedback tempestivo dai propri colleghi, che possono evidenziare difetti o errori critici oppure suggerire nuovi studi o collaborazioni utili nella preparazione degli articoli da presentare;
  3. Visibilità: alla maggior parte delle prestampe viene assegnato un identificatore di oggetto digitale (DOI) in modo che possano essere citate in altri documenti e possano diventare parte permanente della propria documentazione accademica; tuttavia le prestampe non vengono incluse nelle banche dati internazionali come Scopus e dunque non partecipano all’incremento dell’H-Index di ciascun ricercatore. Uno studio sul Journal of American Medical Association ha visto notevoli aumenti delle citazioni e dei punteggi Altmetric quando gli autori avevano pubblicato il loro lavoro prima come prestampa[4]; inoltre Brian O’Roak, professore associato di biologia molecolare alla Oregon Health and Science University di Portland ha dichiarato che pubblicando una prestampa è stato in grado di condividere la propria ricerca 10 mesi prima ed è stato visualizzato più di 1.500 volte nei primi 2 mesi[5].

Viceversa, analizzando le possibili problematiche Brainard suggerisce particolare attenzione all’utilizzo dei preprints poiché ciò che le prestampe possono far guadagnare in velocità possono farlo perdere in affidabilità e credibilità, per errori o carenze non rilevate dalla peer-review.

Questa preoccupazione, rivolta soprattutto ai risultati dei trattamenti medici che i non scienziati potrebbero fraintendere a rischio proprio e altrui, è particolarmente attuale in queste settimane, con la pandemia di Covid-19 in corso, quando ogni giorno leggiamo notizie di nuovi farmaci sperimentali o vaccini in allestimento.

Quanto cambiano gli studi dopo la peer review?

Un interessante studio brasiliano, a sua volta una prestampa pubblicata il 19 marzo su bioRxiv e citato da Brainard, afferma che la revisione tra pari (peer-review) non sembra migliorare in maniera sensibile la qualità dei manoscritti scientifici[6].

Tale studio ha confrontato 56 preprints pubblicati su bioRxiv nel 2016, prevalentemente lavori di genetica e neuroscienze, con le versioni peer-reviewed successivamente pubblicate su riviste.

In particolare, i ricercatori hanno esaminato se gli articoli finali riportassero maggiori dettagli chiave della ricerca rispetto alla prestampa, come i tipi di reagenti o i metodi statistici utilizzati, assegnando diversi punteggi di qualità sulla base di linee guida pubblicate per autori e riviste.

Il team brasiliano ha riscontrato una qualità media del 68% per le prestampe e un leggero incremento al 72%, sebbene, statisticamente significativo, per la relativa versione peer-reviewed pubblicata. Inoltre l’analisi di riviste più selettive, misurate sulla base dell’impact factor (IF) del giornale, non ha evidenziato maggiori aumenti in termine di qualità.

Una possibile spiegazione del motivo per cui i punteggi non sono molto migliorati è perché gli autori della prestampa potrebbero aver avuto cura di includere risultati completi ed esaustivi in quanto sapevano di dover presentare a breve il manoscritto per la peer-review (BioRxiv dichiara che i due terzi delle sue prestampe normalmente vengono pubblicati).

Inoltre i revisori dei giornali potrebbero non aver chiesto miglioramenti in quanto molti editori non applicano rigidamente le linee guida sulla trasparenza, a discapito della riproducibilità della ricerca biomedica.

Certamente il campione di prestampe analizzate nello studio di Carneiro è troppo piccolo perché rappresenti adeguatamente la diversità delle sottodiscipline pubblicate su bioRxiv; tale risultato tuttavia offre un interessante spunto sulla qualità dei preprints, in gran parte equivalente a quella degli articoli sottoposti a revisione, a dimostrazione del crescente utilizzo da parte degli scienziati delle prestampe non solo nella divulgazione scientifica, ma anche nelle domande di lavoro e richieste di borse di studio o sovvenzioni.

L’incremento di prestampe di qualità rispetto ad articoli peer-reviewed pubblicati su riviste di riferimento potrebbe anche essere uno dei motivi correlati alla recente chiusura di alcune Scuole di specializzazione in Italia per mancato accreditamento. Abbiamo parlato di questo argomento nell’editoriale: Ripensare il processo di accreditamento delle Scuole di specializzazione.

References

  1. https://www.sciencemag.org/news/2020/03/do-preprints-improve-peer-review-little-one-study-suggests#
  2. Cobb M. The prehistory of biology preprints: A forgotten experiment from the 1960s. PLoS Biol. 2017;15(11):e2003995. doi:10.1371/journal.pbio.2003995
  3. https://cos.io/about/news/center-open-science-releases-preprint-service-agrixiv/
  4. Serghiou S, Ioannidis JPA. Altmetric Scores, Citations, and Publication of Studies Posted as Preprints. JAMA.2018;319(4):402-4. doi:10.1001/jama.2017.21168
  5. https://www.spectrumnews.org/opinion/learned-stop-worrying-love-preprints/
  6. Carneiro CFD, Queiroz VGS, Moulin TC, et al. Comparing quality of reporting between preprints and peer-reviewed articles in the biomedical literature. bioRxiv 581892. doi:10.1101/581892
Andrea Albera
Andrea Albera