Terapia protesico-riabilitativa: working memory e strategie di fitting

Riceviamo e pubblichiamo una interessante riflessione in ambito audioprotesico sulla terapia protesico riabilitativa personalizzata.

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Il sintomo più invalidante che riferiscono i soggetti con ipoacusia è rappresentato dalla progressiva incapacità di comprendere le conversazioni verbali, specialmente se avvengono in ambienti rumorosi tra più interlocutori.

Gli apparecchi acustici attuano un miglioramento del rapporto segnale-rumore, ottimizzando la dinamica uditiva residua del soggetto con ipoacusia. Tutto questo è possibile grazie alla sempre più avanzata tecnologia che sta alla base dei moderni dispositivi.

Vi sono, infatti, numerosi algoritmi i quali, una volta attivati e regolati, determinano una serie di distorsioni “intenzionali” del segnale acustico, per adattarlo proporzionalmente alla mutata capacità di percezione sonora, instauratasi conseguentemente all’insorgenza dell’ipoacusia e a un periodo più o meno lungo di deprivazione uditiva.

La letteratura scientifica in materia raccomanda un programma di riabilitazione uditiva che parta da un’adeguata strategia di protesizzazione, da realizzarsi quanto più precocemente possibile. Tuttavia non sono numerosi gli studi che mettano a punto delle indicazioni universali su come adattare gli algoritmi di elaborazione dei segnali negli apparecchi acustici, non solo proporzionalmente alla tipologia e all’entità dell’ipoacusia, ma soprattutto attraverso un protocollo che “misuri” la salute cognitiva della persona.

A tal fine, non pochi studi hanno evidenziato che i soggetti affetti da ipoacusia, con scarsa capacità di Working Memory, riferiscono difficoltà maggiori nella discriminazione verbale in ambiente rumoroso, rispetto ai soggetti con elevata Working Memory.

Che cos’è la Working Memory?

La Working Memory è un sistema che determina la capacità di mantenere temporaneamente “in memoria” le informazioni e manipolarle verso un obiettivo specifico. Quindi, altro non è che un meccanismo mediatore tra percezione degli stimoli esterni (input) e risposte concrete (output). Da un punto di vista audiologico, Rönnberg et al (2013)[1] suggeriscono che ogni qual volta il segnale verbale subisce una modifica acustica per la presenza di rumore competitivo, questo si traduce in una sorta di impedimento nella rapida corrispondenza tra informazioni acustiche percepite e rappresentazioni immagazzinate in memoria. Il processo di discriminazione verbale in competizione si attua quindi attraverso la mediazione della Working Memory.

Una strategia protesico-riabilitativa che non tiene conto dello stato di salute cognitiva della persona, e in particolar modo della Working Memory, rischia non solo di non ponderare in maniera corretta gli outcomes riabilitativi, ma soprattutto potrebbe aggravare ulteriormente una situazione già critica in partenza, attraverso un errato “dosaggio” delle distorsioni sonore al momento del fitting dei dispositivi.

A tal proposito, Souza et al (2015)[2] hanno studiato la relazione di tre variabili: due parametri che modificano il segnale acustico, la discriminazione verbale in competizione e la capacità di Working Memory.

Il primo parametro analizzato è stato la Wide Dynamic Range Compression (WDRC), una strategia di compressione dinamica dei segnali acustici, che fornisce un’amplificazione livello-dipendente rispetto al segnale sonoro all’ingresso dell’apparecchi oacustico,enfatizzando i suoni deboli e comprimendo quelli troppo intensi.

Questa strategia di compressione, che emula il funzionamento della coclea umana, può intervenire secondo due diverse modalità di azione: una lenta e una veloce. I risultati hanno dimostrato che i soggetti con scarsa capacità di Working Memory ottengono prestazioni di discriminazione verbale migliori con una WDRC ad azione lenta rispetto a quella ad azione veloce. Il secondo parametro analizzato è la Frequency Compression (FC), una tipologia di “abbassamento frequenziale”, ovvero una tecnologia che permette di trasferire i suoni ad alta frequenza, non più udibili dal soggeto ipoacusico, verso regioni frequenziali meglio conservate, quindi utilizzabili per l’ascolto.

L’azione della FC però altera e distorce il segnale sonoro, per cui i soggetti con scarsa capacità di WM manifestano notevoli difficoltà nell’accettare il nuovo segnale acustico.

Questi risultati suggeriscono che la conoscenza preventiva della capacità di Working Memory può potenzialmente evitare le approssimazioni in sede di fitting. Gli algoritmi di modifica del segnale acustico, infatti, interagiscono tra di loro; se però la variazione di un singolo parametro può in qualche modo risolvere un problema specifico in una situazione di quiete, non è detto che lo stesso avvenga in un ambiente dinamico e complesso, specie in presenza di rumore.

Sarebbe quindi auspicabile che, seppure in mancanza di linee guida validate, un programma di riabilitazione uditiva in grado di ristabilire una buona qualità di vita contemplasse lo “stato di salute” della WM, al fine di attuare una strategia protesica efficace e altamente personalizzata.

Vincenzo Grancagnolo
Laureato in Scienze e Lingue per la Comunicazione. È attualmente laureando in Tecniche Audioprotesiche presso l’Università degli Studi di Catania. Ha iniziato la sua attività professionale in qualità di Promoter Universitario a Catania e collabora alla conduzione di ricerche scientifiche su protesizzazione acustica e integrazione binaurale in soggetti ipoacusici.

References
[1] Rönnberg J, Lunner T, Zekveld A, Sörqvist P, Danielsson H, Lyxell B, Dahlström O, Signoret C, Stenfelt S, Pichora-Fuller MK, Rudner M. The Ease of Language Understanding (ELU) model: theoretical, empirical, and clinical advances. Front Syst Neurosci. 2013 Jul 13;7:31. doi: 10.3389/fnsys.2013.00031. PMID: 23874273; PMCID: PMC3710434.
[2] Souza PE, Arehart KH, Shen J, Anderson M, Kates JM. Working memory and intelligibility of hearing-aid processed speech. Front Psychol. 2015 May 7;6:526. doi: 10.3389/fpsyg.2015.00526. PMID: 25999874; PMCID: PMC4423473.

Redazione
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